Oltre al sonno e alla concentrazione ci sono anche altre cose che non sono state dette a nessuno.
Giornate intere che scompaiono, e brevi attimi che diventano un’eternità.

(Peter Høeg)

martedì 4 aprile 2017

LÀ COMINCIA IL MESSICO DI GUALBERTO ALVINO (di Fiorella Santoncini)



     I libri di Gualberto Alvino dicono molto più di quanto il numero delle loro pagine possa far credere: essi lasciano una scia nella mente e nell’anima, il germe del pensare che egli inietta senza parere nei suoi lettori facendone di fatto, suoi discepoli. In questo Là comincia il Messico tanti e tremendi sono i temi che discute con sé stesso in un lungo incalzante monologo diretto ad un interlocutore muto (e senza nome, un innominato), ricettore passivo dell’opera di plagio che compie subdolamente la voce protagonista insinuando nella mente della vittima il seme della paranoia, trasformandolo inesorabilmente in un mostro bestiale. Come in un percorso che partisse dal personaggio abulico e confuso dei quadri di Francis Bacon, preda indifesa e areattiva, che scivola nel fumo di un torpore in cui penetrano senza ostacoli e forse invocate, allucinazioni, mostri eroditori della coscienza, che si stringono a cerchio attorno alla vittima divorandola fino ad una finale mutazione genetica, creando un nuovo essere, automa amorale, come i mostri di Max Ernst. Ma durante questo percorso, molte sono le domande sui fondamenti dell’esistenza, domande terribili a cui l’autore stesso dà una definitiva risposta, essa sì terribile, più ancora degli incubi con i quali tortura il suo personaggio, più ancora delle terribili domande, perché ha il sapore di una sentenza inappellabile: «Ciascun quesito ha infinite risposte, dunque nessuna.» Eppure questo non ferma il protagonista nella sua vorace ansia di «capire» (il possesso del sapere: bulimica luciferina mania di grandezza o ansia di eternità?), perciò affida alla insinuante voce del tentatore il compito di portarci dentro ai quesiti con una straordinaria forma narrativa che illustra atti, azioni e vicende attraverso lo sciorinare dei sentimenti, delle sensazioni ed emozioni che quegli avvenimenti hanno prodotto nel personaggio senza nome, la vittima, tanto da poterne dedurre che quello che conta non è ciò che avviene, ma come lo si percepisce e come incide sull’essere. E allora emerge il filologo: «[…] la struttura del linguaggio riflette l’ordine della realtà, dimenticando che lo stato delle cose è inconoscibile, dunque immotivato, pertanto indicibile». E qui la filologia si gemella con la filosofia e con l’antropologia, per esempio nella straordinaria descrizione dell’uomo attraverso i motivi dell’odio, elencati in un ritmo incalzante che toglie il respiro. E sempre restando sul confine filosofico, vale la pena citare alcune definizioni. Sull’arte: 1) «In arte lo sguardo conta assai più del guardato» (dunque la percezione individuale?). 2) «L’arte scaturisce non dalla qualità dei dati contenutistici, ma dalla struttura formale, unica e sola depositaria del senso… In arte il diluvio universale non ha maggiori diritti del belato d’un capretto, o del flettersi d’un filo d’erba. L’errore è credere che lo stile stia da una parte e la materia dall’altra, quando si tratta di un binomio inestricabile. Di un’equazione. La sostanza dell’opera sta nella sua sagacia costruttiva». Sull’indipendenza della critica: «[…] contro quanti pretendono ridurla a scrittura di secondo grado, utilitaria, ancillare, perdutamente infeudata al genio altrui, argomentando che al presunto interprete-eunuco non è dato fecondare la lingua, che il cosiddetto brivido della creazione pertiene in fatto e in diritto a un ordine radicalmente superiore, che il critico è un cencioso scudiero dannato a splendere di luce riflessa perché chiamato a scrivere su qualcosa: qualcosa di preesistente alla sua venuta, in mancanza del quale la sua voce sarebbe fatalmente destinata a tacere… postulando l’assurdo di un’arte priva d’utenti, sganciata dagli ormeggi della fruizione e indifferente agli acidi dell’azione ermeneutica. Che al contrario ne rappresenta la necessaria catalisi, il vero atto di nascita, essendo non solo in grado di rivelarne intima struttura e segrete ragioni, inafferrabili ai più (non di rado allo stesso autore), ma di tramutarli in edificio di pensiero, stile: ossia in un’opera a sua volta autonoma e originale che, no, non sarebbe sorta senza il suo referente, ma nemmeno questo avrebbe potuto compiutamente costituirsi, posto che la realtà estetica si determina nel preciso istante in cui lo sguardo dell’osservatore si spiega sulla cosa osservata.… Uno scrittore è solo uno scrittore, ma un grande critico può far brillare l’universo nel palmo della mano.» A proposito di questa sua appassionata e incontestabile difesa della critica, vorrei citare come opera autonoma e originale (anzi, essa rimasta nella storia della letteratura mentre del suo oggetto si è persa memoria), il Trattato sulle donne di Denis Diderot, nato come critica ad un libro dello scrittore suo contemporaneo, Antoine-Léonard Thomas, e divenuto invece esso stesso un libro di sorprendente attualità nel nostro tempo. Mentre a dimostrazione di come un grande critico possa «far brillare l’universo nel palmo della mano», vorrei ricordare la mirabile opera di riscoperta di Piero della Francesca da parte di Roberto Longhi e il riscatto artistico-storico di Mario Sironi ad opera di Lionello Venturi. La tormentata serie di domande sulla crudeltà di Dio, che ho ritrovato anche in Pelle di tamburo, terzo romanzo di Alvino, è un’angoscia destinata a non vedere schiarite e, nonostante ci si soffermi su questo tema a lungo, in fondo Alvino sa che non otterrà risposta perché il cielo è muto. Motivo che va ad aggiungersi alle cause della follia. Che procede inesorabilmente verso l’ultimo capitolo… verso il sesso femminile! Non si salva, il povero protagonista silenzioso e senza nome, dall’ossessione del sesso femminile, da questa donna dalla quale proviene e nella quale vuole ritornare. È un vero amore-odio il rapporto con l’altro sesso per il personaggio, da quando sente la frustrazione del confronto con la prima donna, più intelligente, brillante e colta di lui, fino al duello sessuale con il quale egli vuole esorcizzare la tentazione di guardare all’amore come tenerezza, sentimento, salvezza. Amore e salvezza intuiti nell’amplesso con quel: «si fa me», bellissima piccola frase che contiene l’universo dell’amore. Ho trovato in un passo, una figura nella quale ho creduto di riconoscere il ritratto del critico (non oso pensare autoritratto): «l’impassibilità, il distacco, la calma del nibbio che abbranca la preda a cuore fermo e a cuore fermo macchinalmente la sbrana, con innocenza, tenerezza, ponendo fine al suo orgasmo inessenziale: mai premuto da collera, né sfiorato da odio, da rancore.» Su tutto, trionfa ammaliatrice la mirabile ricchezza nella forma linguistica, nuova, riconoscibile come sua, originale. E sono deliziose le lezioni di sintassi che con naturalezza inserisce qua e là nel testo. Pone questa domanda: quale sarebbe il contrario di mediocrità? E fra le parole che prende in esame per la risposta non ne ho vista una che mi permetto di proporti: eccellenza. E, chiedo, c’è forse una puntina, ma piccola piccola, di maschilismo nel suo definire il “dotto scindere” effeminato? Peccato, il libro è finito. Ma so che ne arriverà un prossimo laddove io sarò ad aspettarlo.

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