Oltre al sonno e alla concentrazione ci sono anche altre cose che non sono state dette a nessuno.
Giornate intere che scompaiono, e brevi attimi che diventano un’eternità.

(Peter Høeg)

lunedì 14 novembre 2011

“Luminosa signora, lettera veneziana d’amore e d’eresia” di Alfonso Lentini



Villa Alliata Cardillo / Centro d'Arte Piana dei Colli
 Palermo
5 novembre 2011

Presentazione del libro
“Luminosa signora, lettera veneziana d’amore e d’eresia”
di Alfonso Lentini


Trascrizione dell’intervento di  
EVA DI STEFANODocente di Storia dell’Arte  Contemporanea alla facoltà di Lettere di Palermo e direttrice dell'Osservatorio Outsider Art.


Alfonso Lentini,  artista visivo e scrittore (ma dovrei dire poeta), è nato nel 1951 in provincia di Agrigento, è vissuto a Palermo negli anni di formazione, dove ha frequentato e collaborato con le riviste letterarie e sperimentali Fasis e Per Ap del gruppo formatosi attorno allo scrittore palermitano Gaetano Testa, poi si è trasferito  alla fine degli anni ' 70 in Veneto per insegnare, vive a Belluno.

Dovrei dire poeta, non solo perché la sua scrittura evocativa è intessuta di rimandi poetici che vanno dal Dolce stil novo a Leopardi, a Montale etc., ma soprattutto perché il suo racconto è sempre circolare, senza un vero inizio, uno svolgimento e una fine, è un racconto che si intravede in dissolvenza, dove c'è un io narrante che naviga tra frammenti di memoria, visioni, riflessioni, interrogativi, come in un gioco di specchi, come un incantesimo. La prospettiva è sempre assolutamente soggettiva, dal punto di vista dell'io narrante,  e la possibile trama è suggerita, evocata, più che raccontata in senso tradizionale. Direi che ogni libro di Lentini è un incantesimo che ci conduce in una dimensione sospesa dove la realtà si dissolve nel sogno e il sogno nella realtà, i confini sono incerti, la consistenza delle cose si sfarina come in questo libro succede a una parte della casa, ma soprattutto al linguaggio. Una scrittura simbolista nel senso che è una trama di corrispondenze e analogie, che conducono in quelle “foreste di simboli dagli occhi familiari” di cui parlava Baudelaire. Un filone letterario minoritario in Italia, ma che nella letteratura siciliana ha una sua presenza, con modalità diverse, da Bufalino a Bonaviri.

Lentini ha scritto diversi volumi, hanno tutti una misura contenuta – 100 pagine o poco più – in tutti c'è sempre qualcosa di molto lunare e lunatico – pagine scritte alla luce della luna, che è cercata, amata, temuta, e tutti i racconti si concludono con una luna che sparisce o che c'è, ad esempio il libro che presentiamo oggi - Luminosa signora – si conclude: “E camminando prendevo a calci la luna”.
Sono tentata di pensare che la Luminosa signora del titolo non sia altro che proprio la luna. Insomma, Alfonso Lentini è una sorta di Pierrot lunaire, in bilico come un trapezista tra angoscia, allucinazione, fiaba e incantamento. Non un figlio del sole, ma un figlio della luna.

Non ho letto tutti i suoi libri, ma ne ho letti diversi. Il mio rapporto con lui è nato leggendo il libro che nel 1996 ha dedicato a Filippo Bentivegna, il signore delle teste, che lessi durante la ricerca per il libro che ho pubblicato sugli Irregolari di Sicilia, traendone molte informazioni e molti spunti. É una sorta di romanzo-saggio, a metà tra la ricostruzione e l'evocazione, del resto anche Filippo Bentivegna è un “figlio della luna”.
Ho letto Piccolo inventario degli specchi (2003), che è un viaggio trasversale attraverso la letteratura, il mito, il mondo delle immagini, sul tema della seduzione e dell'inganno dell'immagine riflessa, ma anche sulla natura della scrittura che è anch'essa riflesso. Anche il libro stesso, come si dice all'inizio, non è infatti che un nostro specchio tra i tanti possibili.
Ho letto Cento madri (2009), che ha vinto il premio Città di Forlì, e mi è sembrato un bellissimo romanzo di formazione nella Sicilia anni '50, una formazione dominata dal complesso materno in quel mondo del matriarcato occulto, come lo definiva Sciascia, dove il protagonista per crescere deve immaginare di diventare un assassino. E' un romanzo notturno che ha un andamento ondeggiante, elusivo, onirico, ipnotico a tratti, costruito per brevi frammenti, illuminazioni progressive. Come questo, che è l'ultimo in ordine di tempo, appena uscito, che presentiamo oggi,  Luminosa signora. Lettera veneziana d'amore e d'eresia. Anche questo è costruito per brevi capitoli, che si presentano come frammenti di un racconto che resta aperto - più che narrato è suggerito all'immaginazione del lettore. 

C'è uno stretto rapporto tra la sua scrittura e la sua produzione artistica che del resto ha per tema principalmente la scrittura, la parola, le pagine, il libro,  e che potremmo classificare nel genere che un tempo veniva chiamato “poesia visiva”. Ne vedete una selezione in questa colonna visiva proiettata alle nostre spalle, che fa da contrappunto a questa presentazione, e che Alfonso ha preparato per noi.
Sono tutte pagine di libri magici che lui chiama “Insulae”, piccoli formati intimi fatti di collage e sovrapposizioni, dove si aprono squarci come uno spicchio di cielo che fa intravedere altre parole, le parole nascoste, le parole non dette che stanno sotto tutte le nostre parole....... , così una declinazione “rosa rosae” può diventare un paesaggio o un meteorite cucito su un cielo di carta. 
Queste piccole icone fatte di collage leggeri, poetici, commoventi, “soavi” (uso un aggettivo caro a un altro amico e scrittore palermitano, Michele Perriera), sono un omaggio alla scrittura, la scrittura a mano, la scrittura stampata, in un tempo in cui la scrittura è diventata sempre più immateriale, un dialogo tra schermo e tastiera, perdendo il suo rapporto esistenziale con la carta.
C'è eleganza, ma non innocua, le graffette metalliche stanno lì a cucire le parole, ma suggeriscono anche chiodi e spine, un dolore non urlato ma, come nei romanzi, soltanto sussurrato. C'è un segno rosso che si ripete, -  ricorda il bordo rosso di certi quaderni dalla copertina nera che tutti abbiamo avuto in mano e di cui abbiamo nostalgia, - ma è diventato una luna, una fenditura  o una piuma che a me evoca la piuma di Mallarmé in Un colpo di dadi:
piuma solitaria sperduta tranne che la incontri o la sfiori un tocco di mezzanotte e immobilizzi col velluto sgualcito d'uno scoppio di risa scuro....

In queste icone dell'anima, pagine di un diario criptato, la parola diventa una foglia o un petalo, o è una fragile scritta all'interno di un guscio d'uovo, guscio che ci suggerisce la fragilità ma ci indica anche che la parola è all'origine di tutto, della nascita del nostro mondo e della nostra relazione con il mondo, come dicono i mistici della cabala.
Anche l'oggetto-libro, che Alfonso manipola esercitando la sua creatività, contiene molto mondi, quindi può essere di foglie, di sassi, di lana, etc.,  diventando un talismano alla maniera in cui lo ha immaginato, ad esempio, Mirella Bentivoglio e i tanti artisti che si sono dedicati al libro-scultura della sua straordinaria raccolta.
Se nella scrittura  di Alfonso ci sono molti echi di altri poeti, citazioni esplicite e citazioni nascoste, anche nelle sue opere ci sono tanti fili che rimandano a tutta la storia dell'arte del novecento, ad esempio Fontana, Rothko, Clifford Still etc. per arrivare alla leggerezza di Folon nelle ultime immagini di questa sequenza.

La chiave dell'immaginario di Alfonso l'ho trovata in un altro libro: Ti racconto formiche mentali, un volumetto che ha curato raccogliendo le esperienze di un laboratorio di scrittura tenuto con gli utenti di un Centro Diurno di salute mentale di Belluno, con cui ha collaborato varie volte anche organizzando delle mostre “irregolari”. Alla fine di questo volumetto c'è una frase, scritta da uno dei partecipanti al laboratorio : “Avere in pugno i sogni! Questo è importante.”
Ecco, credo che questa sia anche la ragione segreta per cui Alfonso scrive e crea oggetti: non annegare nei propri sogni, ma navigare attraverso, tenerli sotto controllo, manipolarli, reinventarli. Del resto lui stesso, quasi a conferma di questa mia impressione, cita nella prefazione di questo volumetto sulle formiche mentali Fernando Pessoa, poeta dalle multiple identità: “Non sono niente / non sarò mai niente /non posso voler essere niente/ a parte questo, ho dentro di me tutti i sogni del mondo/”

Quale è il sogno sognato in questo libro di oggi?
Se Cento madri è un lungo sogno abitato da una madre multipla, fagocitante e protettiva, dietro la Luminosa signora c'è invece l'ombra paterna, di un padre generoso e combattente, un padre marxista che crede nella forza e nella verità delle parole, un padre che un giorno conduce il protagonista ad ascoltare un concerto del silenzio.
La luminosa signora dagli occhi d'ombra chiara (un bell'ossimoro che ritorna – in tutta la scrittura ricorrono del resto immagini e metafore suggestive: il silenzio piumato, o il silenzio come spugna di mare - )  è una figura misteriosa, una sorta di Beatrice dantesca, che va e viene nella casa del protagonista – io narrante –  come la marea, come la primavera dice lui, che alla primavera annette un significato di attesa e di  rinascita. Non sappiamo chi sia questa lei, sembra essere tutt'uno con Venezia, dove è ambientato il racconto: Veni etiam, sono tornata ancora, è l'etimologia del nome della città suggerita da Alfonso.
Il protagonista, che potremmo chiamare lo sfregiato perché ha una ferita sulla guancia che si è procurato non si sa bene come, un proiettile vagante in una situazione imprecisata, la osserva e le scrive una lettera d'amore mentre naviga tra i propri ricordi, vorrebbe farle una domanda essenziale che non riesce mai a formulare. 
Tutto è incerto in lui e attorno a lui: la casa è cangiante (è un motivo che troviamo anche in Cento madri), si aprono falle nel pavimento, anche il linguaggio è friabile, poroso, i significati si sovrappongono e sfuggono da tutte le parti, le parole sono come polvere che sfarina....
Questa incertezza che rende ambigue le cose e le parole e che si spinge fino all'eresia: “noi tutti non siamo che tentativi di una creazione incompiuta” – dice a un certo punto il protagonista -  mi ha ricordato un'altra lettera celebre: la Lettera di Lord Chandos , un testo in cui Hofmmansthal denuncia la crisi del linguaggio e con ciò della Mitteleuropa (1902):  Chandos  a cui “le parole si disfano in bocca come funghi ammuffiti”,  Chandos che dice che “i vortici delle parole conducono nel vuoto” ( Bodenlose – senza terreno sotto i piedi). E' il problema della perdita di senso e di  verità delle parole in cui si rispecchia la crisi di identità della cultura asburgica nella sua fase terminale. Lo stesso problema che negli stessi anni è avvertito dal filosofo Wittgenstein. Il protagonista di “Luminosa signora” soffre di una sindrome simile a quella di Chandos, per altre ragioni e in altro contesto, ma anche qui nella friabilità del linguaggio si rispecchia una crisi d'identità e la perdita di un mondo.

L'atmosfera di questo racconto, - la casa mutante e irrisolta abitata da misteriose presenze, le cui stanze si dilatano o si restringono come uno spazio onirico, e Venezia come sfondo, una città piena di ritorni e scomparse, di cui fanno parte anche isole che nel tempo sono state sommerse -,  mi ha ricordato anche un altro romanzo che ha al centro un carteggio perduto da ritrovare, Il carteggio Aspern  di Henri James, una vicenda molto ambigua e un tentativo di ritrovare un passato che inesorabilmente si sfalda. Nella letteratura Venezia infatti è una città dei passi perduti, la città ideale per tutti coloro che hanno perduto qualcosa. Lo è anche in questo romanzo di Lentini.

Dunque: c'è una lettera che in realtà non si conclude perché non può concludersi, una casa dove dai rubinetti a volte scorre sangue, la misteriosa e incongrua  apparizione di un cavallo morto a Campo Santa Margherita, una luminosa e misteriosa signora che va e viene senza curarsi del protagonista che la osserva, e il protagonista che ha sulla guancia una ferita che non guarisce. Quasi come Amfortas, il personaggio che nel Parsifal custodisce il santo Graal, e che riappare come il re pescatore dalla piaga inguaribile nella Terra desolata di Eliot, che non è altro che la terra desolata della modernità dove la verità resta inafferabile.  Amfortas, il re pescatore, potrà guarire solo se qualcuno gli porrà la domanda essenziale. Al contrario, il nostro sfregiato forse potrebbe guarire se riuscisse a formulare la domanda essenziale alla sua luminosa signora. Una domanda di verità. Ma la verità si è persa molto tempo prima assieme all'utopia.
La ferita, ricorda il protagonista, è apparsa quando il padre e i suoi amici comunisti sono scomparsi, quando sono scomparsi quelli per cui l'unica forma di realismo era chiedere l'impossibile, cioè trasformare il mondo, quelli che credevano che lo strumento della parola fosse un veicolo etico di certezza e di speranza. Quando è svanita la possibilità dell'utopia, o meglio della fede in questa possibilità, le parole sono diventate deboli, vuote “come un guscio d'uovo” ma senza tuorlo, senza generare più significati o movimenti. Ecco che inizia la dissolvenza, e perfino la follia. La follia del padre che compra una tipografia e si dedica a stampare testi senza senso, accostando i caratteri tipografici a caso, e poi finisce in manicomio. La follia del figlio, forse, che nella stessa tipografia stampa “microlibri” che non vende a nessuno, mentre attende la sua luminosa signora che lo ignora.
Dal libro, insomma, trapela una grande nostalgia sia per l'impronunciabile parola “compagni” che, in genere per gli anni  '60, “anni di colori sgargianti”, e gli anni ' 70, anni di rabbie e di rock duro. Ma la scena conclusiva si svolge a San Servolo, l'ex-manicomio di Venezia oggi Museo della Follia. Nostalgia e follia sembrano far parte dello stesso mistero.



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