Oltre al sonno e alla concentrazione ci sono anche altre cose che non sono state dette a nessuno.
Giornate intere che scompaiono, e brevi attimi che diventano un’eternità.

(Peter Høeg)

lunedì 12 luglio 2010

Gualberto Alvino. Il testamento di Sanguineti


Edoardo Sanguineti
Ritratto del Novecento
a cura di Niva Lorenzini, con uno scritto di Angelo Guglielmi
Lecce, Manni, 2009, pp. 230, ill. b/n e col., € 20,00.



L’11 febbraio 2005 il neo-assessore alla cultura di Bologna Angelo Guglielmi scrive a Edoardo Sanguineti: «sei […] l’unica persona che può legittimare e portare sulle spalle il progetto che ho in mente di realizzare. Si tratta di fare il punto, a secolo concluso, sul Novecento, tanto più che mi sembra che si stia trascinando stancamente anche per questi primi anni del 2000. E fare il punto è come finalmente chiuderlo. Il progetto (che intitolerei Il Novecento ha lasciato un testamento: leggiamolo) si propone come una resa dei conti da effettuare per ognuna delle aree di attività intellettuali-creative (e più precisamente letteratura, filosofia, scienza della materia, arti figurative) in cui il secolo si è maggiormente esercitato (approdando a risultati che hanno cambiato la faccia del mondo). […] Il mio proposito è cominciare con la lettura del testamento che ha lasciato la letteratura, che non voglio e non posso risolvere con un dibattito a più voci ma scegliendo di affidarmi ad un punto di vista singolo, tuttavia garantito dalla autorevolezza e competenza unanimamente riconosciute al ‘lettore’ prescelto. Ti chiedo di essere il lettore di questo primo testamento che sarà presentato in pubblico (attraverso una tua prolusione — scritta o arrangiata all’impronta su appunti è affar tuo)».
Sanguineti esita, si schermisce, alleva idee grandiose ma tenta in ogni modo di sottrarsi a un impegno cui teme di non poter far fronte. Dopo altri scambî epistolari e numerosi incontri con l’assessore e i suoi più stretti coadiutori, il «lettore prescelto» cede alle insistenze e avanza una controproposta altrettanto inopinata che perentoria: fotografare nella sua globalità, ossia in tutti gli àmbiti geografici e i modi comunicativi, il Novecento — secolo a suo avviso anarchico quant’altri mai, per giunta privo di steccati tra i varî comparti estetici e speculativi —, e non già a più voci, ma dalla sua propria specola, da regista assoluto, in un mostruoso puzzle a cento «tessere» (scilicet microsistemi interdisciplinari), quanti gli anni e gli autori convocati a testimoni (da Wedekind a Picabia, da Propp a Groddeck, da Baj a Heisenberg, da Einstein a Cage, da Govoni a Vinicius de Moraes, da Mamet a Le Corbusier, da De Martino a Schönberg, da Buñuel a Lu Hsün, da Pirandello a Spitzer, a Beckett, a Moravia, a Jarry, a Kawabata), intrecciando e contaminando spericolatamente linguaggi alti e bassi: poesia, prosa, saggistica, scienza, filosofia, fotografia, arti figurative, cinema, teatro, architettura, storia, fumetti, antropologia, etnografia, musica classica, di consumo e d’avanguardia.
Non, beninteso, un florilegio, né tantomeno un regesto con pretese d’esaustività, ma «piuttosto una serie di documenti — avvertirà Sanguineti nell’infiammata prolusione della serata d’apertura, qui riprodotta sotto il titolo Ritratto del Novecento come di un secolo interminabile (l’epiteto si oppone ovviamente al «breve» hobsbawniano) — da utilizzare in vista di quello che a noi sta a cuore ritrarre: e cioè un secolo con i suoi conflitti, con le sue possibilità dialettiche interne».
Un happening ipertestuale ludico, visionario e (controllatamente) aleatorio, da articolarsi in cinque serate su quattro percorsi di lettura: psicoanalisi (l’esordio è fissato al 1899, l’anno dell’Interpretazione dei sogni di Freud), montaggio, avanguardie, lotta di classe. Il tutto liberamente “montato”, «proposto in successione frammentaria — prosegue ivi l’Autore —, casuale, mai tematicamente coerente, lasciando nell’anonimato i cento ‘attori’, e cioè gli autori chiamati a testimoniare intorno al Novecento, uniti a costituire l’ossatura di questo ritratto e mai dichiarati esplicitamente, ma trascritti in uno spoglio elenco alfabetico distribuito ogni sera al pubblico in sala».
L’impresa ha inizio nel generale entusiasmo.
Fra il 13 settembre e il 18 novembre 2005 il poeta genovese invia alla responsabile dell’adattamento testi, la novecentista Niva Lorenzini, ventuno plichi tra missive, cartoline postali, tessere e fotocopie dei brani prescelti. «Lavorava indefessamente, il poeta, — ricorda la curatrice nel brioso scritto introduttivo — giorno e notte, divertito, appassionato, sempre più travolto e sopraffatto dalla mole del compito che si era assunto (del tutto volontariamente, per altro, dal momento che l’invito rivoltogli inizialmente da Angelo Guglielmi riguardava un ciclo di conferenze da tenere sul suo ‘Novecento’ letterario). Le tessere, che arrivavano in certe settimane con cadenza quasi giornaliera, su foglietti dattiloscritti e numerati, venivano immediatamente faxate o consegnate a mano innanzitutto a Stefania Aluigi, responsabile della ricerca iconografica e coordinatrice dell’intero progetto […]. Iniziavano subito ricerche frenetiche nelle varie direzioni, dal momento che il tempo scarseggiava e incombeva la scadenza per le consegne, sollecitata da Giuseppe Bertolucci e Luisa Grosso, responsabili della ‘messa in opera’. […] Per due mesi ci si è trovati così immersi in una vicenda labirintica e giocosa, insieme smarriti ed esaltati dalla grandiosità del progetto che Sanguineti stava conducendo in porto. […] Nelle serate tra il 12 e il 16 dicembre 2005 la ‘piazza’ coperta della Sala Borsa di Bologna, gioiello di architettura liberty posto nel cuore pulsante della città, si è trasformata in un crocevia di immagini, parole, suoni, chiamati a restituire, in un caleidoscopico gioco di incroci tra letteratura e teatro, scienza e filosofia, antropologia e arte, musica e cinema, storia e architettura, la fisionomia di quel secolo “interminabile” che è per Sanguineti il Novecento. […] Tutto avveniva in diretta, alla presenza del pubblico, dell’autore, dei registi, degli attori-lettori, dei tecnici del suono e del montaggio, dell’assessore alla cultura, primo sostenitore del progetto, in quella ‘piazza’ coperta alle cui estremità erano stati collocati due maxischermi mobili appesi con tiranti al soffitto, mentre altri due schermi fissi, posizionati a terra l’uno di fronte all’altro, rinviavano e amplificavano immagini, filmati, spezzoni di pellicole cinematografiche, fotogrammi e foto di quadri, ritratti e quant’altro, oltre al logo ideato da Saul Saguatti che fungeva da sigla, replicata ritmicamente: un Ritratto del Novecento, manoscritto da Sanguineti e seguito dalla sua firma, in caratteri bianchi su fondo nero».
Da quel formidabile rito collettivo, che vide una folta partecipazione di pubblico e suscitò nella stampa un interesse affatto eccezionale per simili eventi, nasce, grazie al mai troppo celebrato Manni di Lecce, questo sconvolgente Ritratto del Novecento, che la recente scomparsa dell’Autore ha tramutato d’emblée in un vero e proprio testamento spirituale oltre che culturale. E nasce per espressa volontà del poeta, come si evince da una lettera alla curatrice datata 19 settembre 2005, contenente — se non forziamo l’interpretazione — la primissima intuizione dell’impresa editoriale: «Cara Niva, […] ti prego di conservare tu (o farti rendere dopo) i fogli che ti invio: ho in mente una cosa che mi pare bella, ma occorre avere gli originali; spero che sia possibile riaverli in mano, dopo averne eseguito le debite fotocopie che occorrono; ma conservali nelle tue mani, gli originali; me li darai tutti alla fine».
Il “copione” raduna, appunto, le riproduzioni anastatiche dei «fogli» dattiloscritti e numerati a mano da 1 a 186, per un totale di 68 schede recanti correzioni e aggiunte a lapis, nelle quali egli fissa con estrema precisione note autoriali e disposizioni registiche nulla delegando — contrariamente alle dichiarazioni programmatiche — né al caso né, salvo rarissime eccezioni, all’iniziativa dei collaboratori, dal primo all’ultimo preziosissimi, ma in libertà vigilata.
Con una competenza e un rigore da disgradare i più navigati specialisti, in questi cartigli apparentemente caotici — seducenti anche sul piano visivo — Sanguineti definisce spazî e allestimenti scenografici; stabilisce momento e durata delle proiezioni; indica le sedi (bibliografiche, radiofoniche, cinematografiche, televisive) da cui attingere i lacerti da combinare, e finanche le soluzioni alternative in caso d’ardua o impossibile reperibilità; fornisce dettagliatissime istruzioni ai datori delle luci, ai fonici, agli attori, alle maestranze: come se il Novecento non fosse fuori, ma dentro di lui, insieme consustanziale e superbamente inafferrabile.
Un redde rationem più incandescente d’una colata lavica, una folle corsa a pedale schiacciato nell’immaginario del nostro tempo, che può accendersi e moltiplicare a dismisura il proprio già ingente valore grazie alla compartecipazione attiva del lettore.


Da "Le reti di Dedalus", luglio 2010.

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