Oltre al sonno e alla concentrazione ci sono anche altre cose che non sono state dette a nessuno.
Giornate intere che scompaiono, e brevi attimi che diventano un’eternità.

(Peter Høeg)

mercoledì 22 luglio 2009


Gualberto Alvino
Peccati di lingua. Scritti su Sandro Sinigaglia
postfazione di Pietro Gibellini
Roma, Fermenti, 2009, pp. 144, euro 15.


Caro Gualberto,
questo libro ci voleva. Sinigaglia è, e forse sarà sempre, scrittore per happy few; ma non era tale anche Gadda, prima che la tenacia di Contini e la fiducia nel proprio fiuto non trovassero larghi consensi? Le tue antenne sono orientate su quella lunghezza d’onda, se anche Pizzuto, l’altro grande scrittore “per Contini” (sicuro che il tempo avrebbe prima o poi onorato il suo pronostico), è stato oggetto delle tue amorevoli e competenti cure, a partire dal carteggio fra i due, quel Coup de foudre da cui scaturì una gara di epistolografia inventiva per la quale viene in mente il verso di Lucano «stimulos dedit aemula virtus» (lo leggevo malgré moi sulla ceramica del lavabo, nella mia stanza in Collegio Ghislieri). Del resto non sei forse tu il maggior specialista, e in certo senso il creatore della categoria storiografica, della linea espressionistica meridionale? D’Arrigo, Consolo, Bufalino sono tuoi auctores, che hai servito con passione e intelligenza.
Ma torniamo ad altri lidi, a quelli del Lago Maggiore di Sandro Sinigaglia.
Proprio ad Arona, dove Carlo Carena mi invitò nel 2007 per un ricordo del loro scrittore, andai irrobustito dalla lettura dei saggi che qui raccogli. E del servigio che rendesti privatamente a me, anticipandomene il testo, potranno ora usufruire i lettori, che troveranno finalmente un libro di riferimento — dopo l’edizione complessiva delle sue poesie curata per Garzanti da Silvia Longhi — con un saggio di rara eleganza e capacità penetrativa. Alludo innanzitutto al tuo scritto d’apertura, Sinigaglia e la critica, che offre un quadro scrupoloso e insieme non anodino della critica su Sinigaglia: con giuste riserve su un paio di critici, un illustre e scomparso e un giovane emergente, negati alla comprensione di quella poesia difficile. Insomma, non dico che il tuo saggio d’apertura renda inutile la lettura di tutto ciò che è stato scritto prima, ma che dà un quadro completo e orientato al lettore provveduto, che potrà risalire alle fonti con cognizione di causa.
Ma è nell’Aditus ad antrum che tu rechi, credo, il contributo più innovativo, conducendo con pazienza dentro l’oscuro antro lessicale di Sinigaglia: un antro in cui, come nell’Averno virgiliano, facile è la discesa, ma quanto a ritornare passo dopo passo alla luce, «hoc opus, hic labor est». Il tuo labor l’hai fatto con pazienza, non solo aggiungendo una quantità di materiale al pur coraggioso glossario di Paola Italia (i pionieri meritano sempre gratitudine), ma alterandone anche le linee interpretative di fondo. Di più: scrittore in proprio quale sei, hai saputo prendere dalla contagiosa penna sinigagliana quel tanto che poteva insaporire la scrittura senza pregiudicarne la chiarezza, all’insegna s’intende della densità di marca continiana, ma senza ermetismo.
E dovrei rallegrarmi anche della Lettera non spedita a Luigi Baldacci, che è il segno di un dialogo intellettuale di alto profilo, e della Breve mantissa in lingua franca, dettata dalla tua vocazione emulativa («stimulos dedit…»).
Preferisco invece aggiungere un’ultima riflessione sul titolo, che trovo elegantissimo e che hai mutuato da una poesia extravagante di Sinigaglia: Peccati di lingua. Viene sùbito alla mente il peccato di gola. Ma in effetti non è ghiotto anche di lingua, il nostro Sinigaglia? Onnivoro no, che sarebbe epiteto irriguardoso, ma goloso sì, eccome: del dolce latino di Virgilio e del salato dialetto di Porta e di tutti gli ibridismi e neologismi, dei giochi verbali e dei diletti formali della sua nouvelle cuisine in cui tu ci hai condotto: un antro che si trasforma in luminoso luccichìo di teglie e fornelli accesi (il poeta, mi dicono gli amici, si riteneva cuoco provetto, maestro di risotti). Proprio in questo egli si distacca dagli sperimentatori e dalle neoavanguardie che tendono a fare della lingua una disgustosa frittata, proprio perché non la amano; c’è insomma anoressia invece che, come in Sinigaglia, pantagruelica bulimìa. Cambiando metafora, i poco allegri gruppettari del ’63 volevano il giocattolo per romperlo (roba borghese, dicevano, o letteratura vecchia), Sinigaglia per gioirne.
Nella giornata di Arona mi accadde di parlare dopo aver sentito, incisa al magnetofono, la voce del poeta che introduceva i versi di Virgiliana, le parole poi allegate a quei versi nella deliziosa edizione Scheiwiller dei Versi dispersi e nugaci. Sono, assieme al discorso ginevrino, un raro e prezioso documento di poetica: e la parola «gaudio» vi campeggia. È una parola che sentii più d’una volta a Contini, al lettore ideale e realissimo per il quale Sinigaglia scriveva (e tu ci ricordi quanto l’apprezzamento del «professore» indispettisse un sedicente maître à penser che rimproverava gli studiosi di linguaggio poetico come di cosa estrinseca alla poesia!). Attratto da quel termine, e dalla rilettura di certi versi nei quali l’eros poteva rivelare la sua natura anche religiosa di «conoscenza carnale» (altro che pornografia!), terminavo il mio discorso (pensa un po’) distinguendo nella ‘misteriosa’ poesia di Sinigaglia tre linee o sottospecie: i misteri gaudiosi, appunto, i misteri dolorosi e quelli gloriosi. Se, come pare, ad Arona pubblicheranno la sbobinatura della mia comunicazione, essa ricambierà (magramente) il dono che tu mi hai fatto. Nel congedarmi, dunque, voglio puntualizzare — non per te, che lo sai, ma per chi leggesse queste righe — che attraverso i Peccati di lingua si giunge a cogliere ciò che sta dietro o sotto la superficie verbale, secondo la tensione noetica propria della migliore stilistica. E che intitolando Peccati di lingua la raccolta dei tuoi saggi (indicando ad un tempo la materia e il metodo) tu strizzi l’occhio al lettore. Sai bene, infatti, che in quelle trasgressioni verbali e carnali agiva una gioiosa innocenza. Proprio così.
Con il cordiale arrivederci del tuo
Pietro Gibellini

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