Oltre al sonno e alla concentrazione ci sono anche altre cose che non sono state dette a nessuno.
Giornate intere che scompaiono, e brevi attimi che diventano un’eternità.

(Peter Høeg)

martedì 5 settembre 2017

"Geco" di Gualberto Alvino (Fiorella Santoncini)



     «Un tuffo nello ‘stile semplice’. Con qualche impennata». Così l’autore presenta il suo romanzo, quasi a voler apparire rassicurante, ma guai a lasciarsi illudere che semplicità in Alvino coincida con serenità. Senza alcun preambolo propedeutico, il lettore viene aggredito da un essere indefinito, ma certamente repellente, insieme alla protagonista, e scaraventato nel clima tragicamente travagliato della storia, incalzato, senza respiro, fino alla fine. Ma si è rapiti dal linguaggio: l’annunciata semplicità rende più accessibile e decifrabile il pensiero di Alvino, ed è incantevole scoprire come ogni parola sia essa stessa un concetto, un sassolino di una architettura estremamente complessa ma affatto equivoca, né irrisolta o, tantomeno, traballante. Sconcertante, questo si, ma d’acchito, come quando si legge: «La logica è la guazza degli stolti, ricordi? Uno: spezzare le sinapsi; due: crearne di nuove; tre: la via della verità è un filo d’aria cui solo ai folli è dato aggrapparsi. Le più antiche, le più salde e luminose delle nostre idiozie, i fari di sempre»: perché a rifletterci si estrae il nocciolo: «la via della verità è un filo d’aria cui solo ai folli è dato aggrapparsi». Ed è questo uno dei fondamenti dell’edificio alviniano.
     Questo “stile semplice” è in realtà una continua invenzione, stupefacente per la capacità di raccontare il banale o l’assurdo con la stessa efficacia della tanto amata «parola verticale», cosicché alla “parola normale” viene conferita una nobiltà, una forza espressiva e una estrosa originalità, inaudite. Accompagnata dal ritmo. Che in Alvino non ha mai cedimenti, sia che scriva poesie o romanzi; quel ritmo che riecheggia la prosodia dei classici antichi, evoluto a nuovo stile, nuovo e addirittura contenente i germi del futuribile.
     Autofaga, autofaga e masochista è la protagonista di questo romanzo, guidata allo sbaraglio da turbe mentali che sfociano nelle psicosi più impensabili e divoratrici, come un’anoressia tanto ostinata da diventare persecutoria e da aggiungere visioni a quelle generate dalla mente in disfacimento (il cibo come «schegge di granito»), disfacimento che Alvino definisce con una felice espressione «emorragia del senso, riflusso della ragione».
     Confesso che, leggendo, annotavo sul mio taccuino le frasi più significative, più incantatrici, con l’intento di citarle. Ho desistito: ogni pagina me ne forniva una di più, e praticamente, proseguendo su quella strada, riscrivevo l’intero romanzo. È questa ricchezza di sensi, significati, simbolismi, una ininterrotta cuccagna di trofei filosofici, psicologici, antropologici, linguistici, che costituisce il fascino coinvolgente, ipnotico della scrittura di Alvino. Che rischia di prevaricare l’interesse del racconto. Ma vi si reimmerge rapidamente: sotto l’apparente caos dello svolgersi della vicenda, Alvino non perde mai il filo e non lo fa perdere al lettore. Che scopre affacciarsi alla scena, il critico mentre chiosa lo scrittore: «… anche la lingua che uso nell’annotarli è quanto di più alieno dai miei modi: stringatezza da codice a barre, armonie mai sentite, ritmi da fracassare le ossa; sembrano catene di singhiozzi, martelli pneumatici nel silicio» ed enuncia il potere o il limite della parola: «… si splende attraverso il linguaggio, si acquista peso, identità, misura»; oppure: «… la scrittura è impotente a scrollare il giogo, ma perché stende veli di muffa proprio quando sembra toglierli».
     Però la scrittura racconta egregiamente le stazioni attraverso le quali la protagonista trascina il proprio calvario. La paranoia che la induce a spiare tutto e tutti ossessivamente, per lei diventa uno «Spiare» che «dà vita alla vita», e il suo modo naturale di approcciarsi al mondo, attaccandosi dovunque e a chiunque come un geco, che in questo atto assorbe, succhia («Vampiro avreste dovuto chiamarmi, non Geco») l’essenza di ciò a cui si attacca, diventa la somma di tutto. (Noi, dunque, siamo il risultato dei nostri contatti).
     Belli i riferimenti alla natura dell’arte: «non devo far altro che pedinare un’idea nata chissà come e incarnarla in una forma il più possibile organica, compiuta»; «L’arte non può nuocere, neanche quando inneggia alla degenerazione, alla crudeltà, al nulla»; «Modellare una frase è scolpire il pensiero»; «L’arte non ammette falsità».
     Sconcertante è l’abilità di Alvino (probabilmente mutuata dalla sua esperienza di sceneggiatore cinematografico) di incuneare una scena nella successiva, come in una sequenza cinematografica, senza soluzione di continuità, e come in essa appaiano dal nulla figure che si soffermano, recitano la loro parte e cedono il posto ad altri, allo stesso modo in cui in un balletto si succedono sulla scena i componenti dell’insieme. Silenziosi, mimano il loro pensiero, raccontano la loro storia attraverso le azioni che compiono nel lasso di tempo della loro presenza, e spariscono, per ritornare talvolta e di nuovo sparire, allo stesso modo. Ecco, una rappresentazione coreutica, è questa la forma letteraria di Alvino. Alvino che rivela l’umiltà della sua natura quando, professorale, insegna: «Basta poco a far tornare la pace: non credersi il centro del mondo». E l’uso costante dell’indicativo presente sembra suggerire un’ipotesi di illusione: se tutto è solo presente, senza passato cioè senza storia, senza futuro cioè senza speranza, tutto è illusorio, come la “filosofia dei sogni” aveva già preconizzato. E allora si ritorna a quella frase incontrata all’inizio: «la via della verità è un filo d’aria cui solo ai folli è dato aggrapparsi», e ci si chiede se non sia questo il cardine, l’eterno tormento dell’uomo e dell’artista.
     Talmente ipnotica è la lettura che d’improvviso, come in un brusco risveglio, sembra di intravedere la ragione di tanto coinvolgimento: Alvino gioca. Gioca a soggiogare il lettore, a sbalordirlo, in una sfida che è lui a condurre fin dall’inizio. Il lettore, impercettibilmente ma vorticosamente, si lascia avvincere, condurre sempre più nel profondo finché la rete, tesa dal maestro prestigiatore, si chiude senza scampo. L’esame di idoneità, di tenacia, di fiducia cieca. Lo fa dire al suo personaggio, ma potrebbe essere lui, il Maestro, a chiedere: «Sei alla mia altezza»? La partita a poker, come metafora di questo gioco che ha come “piatto” la conoscenza. Forse tutto è un parto fantastico, una cavalcata della fantasia a briglia sciolta, un incrocio di sogni, appunti, schizzi della memoria, lampi di vita vissuta… un pretesto? Per sciorinare la bellezza della forma di quella lingua che è, di Alvino, la religione.

domenica 25 giugno 2017

Là comincia il Messico di Gualberto Alvino


Di Franca Vittoria Verardi

Un’autentica descente en abîme di dantesca memoria, in riferimento all’esperienza dello sdoppiato protagonista: percorso che si prospetta come antitetico a quello del nostro Alighieri, giacché, per quest’ultimo, l’iter si delinea come cammino di catarsi, che trova il proprio compimento nell’ineffabile visione del mistero Trinitario.
Mi auguro non appaia incongruo il fatto che io reputi una sorta di palingenesi (orrenda fin che si voglia, ovviamente) anche quella cui perviene il protagonista di Là comincia il Messico, il filologo dotato di scrupolosa acribìa, lo studioso ammirato e riverito, «sepolcro imbiancato» che cela, nel proprio intimo, un gravame di memorie, corpi di ricordi che esalano sensi di colpa, come miasmi di decomposizione sempre presenti al pensiero (quasi olfattiva, oltre che uditiva, l’ossessione). Non per nulla il capitolo finale del romanzo (ma rientra, il libro, nelle linee canoniche di tale genere letterario?) reca il titolo Resurrexit. Appunto. Approdo atroce, disumanante: eppure, è qui che si compie il salto che porta il protagonista a quel Messico sempre anelato con timore, paura, a quel territorio cui una storia di vita lo destinava, fin dalle primeve esperienze. Egli ha sempre agognato di oltrepassare quel confine, sciogliendosi definitivamente dal vincolo del perbenismo, dell’ipocrita finzione, liberando il proprio radicato impulso di prevaricazione e morte. Il protagonista, dico: ma, al contempo, deuteragonista, dal momento che, nelle pagine, si delineano due actores: l’uno, l’ascoltatore, muto; l’altro, la voce che, ossessivamente, senza conceder tregua, al pari del ronzio di un acufène, incita, elenca, accusa, suggerisce: talora insinuante e subdola, talaltra ironica e sprezzante, nonché mite e conciliante, per altri versi ancora. A mio avviso, uno dei tanti meriti del romanzo è proprio quello di aver mirabilmente delineato un protagonista in cui scorgo riflessi problematiche, angosce, senso del nulla, inanità, vuoto di autentici valori di riferimento, sia immanenti che trascendenti. Sabbie mobili nel cui gorgo affonda l’uomo contemporaneo. E la lingua che narra tale angosciante avventura umana, tale scavo nel “sottosuolo” di un essere? Sfarzosa, cólta, ricercata, squadernata in smagliante, variegata rete di significati: un caleidoscopio lessicale aperto a 360°. Assolutamente chapeau! Testo da ammirare, sostenere, diffondere e da consigliare caldamente a chiunque desideri respirare a pieni polmoni boccate d’aria vivificanti, lungi dall’inquinato ed inquinante clima in cui versa il panorama letterario nazionale.

venerdì 9 giugno 2017

Il rispecchiamento della morte. "Pelle di tamburo" di Gualberto Alvino


Di Pierino Venuto


 «I libri andrebbero scritti soltanto per confidare cose che non si avrebbe il coraggio di dire a nessuno»: parafrasando Emil Cioran, Pelle di tamburo è il nuovo romanzo (inedito) di Gualberto Alvino, che affida a una fluente e dinamica scrittura la dura e forse inconfessabile cronachetta di e, la protagonista, ex redditiera e buia per la sopravvivenza.
     Il nome: e; sì, chi racconta è una semplice congiunzione; è il simbolo stesso di quella paraipotassi che, secondo il fidato amico «Mob, non esiste perché l’e non è una congiunzione coordinante, se lo fosse la paraipotassi esisterebbe eccome, però non lo è, dunque non esiste». Matta, matta da legare in un mondo di falsi e di ipocriti: perbenisti che nascondono le loro miserie umane dietro il paravento della rispettabilità; bugiardi e arrampicatori — notevole il caso del copiatore seriale — che sopravvivono credendo di vivere; parrucconi che offrono lezioni di morale per nascondere le proprie nefandezze, le proprie pulsioni, le inconfessabili colpe di una vita piatta ma onorevole.
     In centoquaranta pagine tese e nervose, con un italiano riplasmato che non fa sconti, con una scrittura — semplice in superficie e ricercata nelle strutture — che tenta di ricreare un flusso armonico di coscienza per mettere ordine al disordine della vita, si è proiettati nell’abisso spesso marcio della nostra coscienza. E, la pazza da manicomio, la criminale, l’assassina è lo specchio onirico ma non deformante delle nostre paure primordiali: la fame anzitutto; perché è per fame che uccide; è per fame che spesso si concede; è per fame che non accetta di scendere a patti con l’umanità associata da vincoli di fatua e ipocrita rispettabilità. Si annida tra le pieghe del racconto anche la disperata ricerca di trascendenza, quel fare a pugni con un Dio in cui non crede ma di cui avverte una struggente mancanza: le grida e finanche le imprecazioni della protagonista svelano il corrodersi di un’anima davanti al nonsenso dell’ipocrisia imperante.
     In sedici quadretti finemente cesellati Alvino incastona una moltitudine infinita di storie che hanno il centro nel fluido io narrante di e: icasticamente rappresenta il lato oscuro del vivere contemporaneo. In un mondo dicotomicamente spezzato fra redditieri e bui, e è la coscienza critica di chi non si adatta, di chi lotta per vivere senza paura e senza infingimenti.
     Lo spaccato della vita è quanto di più reale vi possa essere perché è attraversato dalla penna lucida della protagonista: un personaggio polimorfico che attraversa la realtà del vistocogliocchi con la naturale semplicità di chi racconta perché ha visto e ha sperimentato, ha subìto e reca sulla propria pelle il sovvertirsi delle situazioni apparentemente normali; pertanto e non parla per sentitodire, non scrive o plagia altro da sé: è autentica come lo è la vita, la sua vita, che descrive confidando cose che farebbero sussultare i benpensanti. Figlia di un giudice e nonno ragusano, maestra e sceneggiatrice negra, moglie maltrattata e madre, vedova e privata del figlio: la protagonista è tutto questo per i due terzi della sua vita di redditiera. Il tutto lo si scopre poco a poco, unendo i fili, osservando i dettagli dei quadretti. In realtà si viaggia fra il puzzo dei manicomi, degli ambienti degradati, di quelli borghesi e pieni di varia umanità associata dentro i quali l’ex redditiera conduce la propria esistenza in una sorta di maniacale delirio denso di ferrea logica e di memoria scritta in ogni parte del suo corpo sino all’arrivo dell’acqua nella sua confortevole tana di Ponte. Come i gatti ha sette vite e la sua pelle è dunque un tamburo. Cibo e fame, odori e fetori, luci e ombre tratteggiano con precisione chirurgica l’esistenza di e; un tanfo di sudore ad esempio proietta la protagonista bambina nella barca del nonno ragusano salvato dal delfino fra due ali di tonni da un certo naufragio; quello di e non è altro che il tempo intimo di ciascuno che proietta ognuno di là dall’assurdità reale di questa vita.
     Nessuna consolazione ma una narrazione che fluisce con fantastica scioltezza e ricrea un italiano vero, lontano da qualsiasi stereotipo preconfezionato: parole macedonia che inchiodano il senso delle cose, univerbazioni che ammantano il fluire della coscienza; e poi i frequenti anacoluti, le tematizzazioni e le dislocazioni, il vezzo di taluni monosillabi accentati, il lessico rapsodicamente seletto e ampiamente imbevuto di pregnanti e mai scontati regionalismi o di un parlato parlato mai sciatto e banale. È un italiano vivo e pulsante, non un italiano di plastica, quello di Alvino: è la lingua con la quale determiniamo il senso del nostro vivere, tracciamo le coordinate della nostra esistenza. Pelle di tamburo è pertanto l’esempio ben strutturato ma non artificioso del perché le parole respirano. Le pagine della narrazione appaiono dunque scritte da sé, ma è una semplicità voluta e che l’autore all’interno della narrazione, en passant, svela a un occhio attento.
     Nel suo romanzo Gualberto Alvino credo abbia pertanto compiuto un’operazione degna del miglior Stefano D’Arrigo e del suo capolavoro: Horcynus Orca; lo ha fatto agendo di taglio e non di aggiunta e coagulando la sostanza della narrazione in un distillato di forma: un piccolo scrigno che può rivelare per antitesi molto dello spirito del tempo della nostra letteratura.