Oltre al sonno e alla concentrazione ci sono anche altre cose che non sono state dette a nessuno.
Giornate intere che scompaiono, e brevi attimi che diventano un’eternità.

(Peter Høeg)

venerdì 1 dicembre 2017

"Geco" di Gualberto Alvino



Un mattone dietro l’altro [another brick in the wall, roba vecchia] le maestranze hanno eretto muri portanti, collegamento tra fondamenta della tradizione e proiezione verticale del grattacielo, seguendo le leggi della fisica, il filo a piombo, maneggiando cazzuole e secchi colmi di malta/cemento. Hanno sudato fatiche evaporanti, canottiere che incorniciano petti villosi sono zuppe ormai. Intrise, meglio. Verranno strizzate e lavate l’ennesima volta, ma la loro destinazione d’uso non cambierà nel futuro prossimo e nemmeno nell’anteriore. Meglio intrise, simbolo d’appartenenza a categorie tutto sommato immutabili procedendo nello spaziotempo.
«Capisci adesso perché detesto i romanzi con un costrutto? Le storie potenti, parafrasabili, forzate su tragitti unici, dritti? E perché ho sempre preferito la più futile delle divagazioni alla scena madre, il timbro al significato…»
Il geco.

martedì 28 novembre 2017

Amadeo Peter Giannini. Il banchiere che investiva nel futuro.








Amadeo Peter Giannini. Il banchiere che investiva nel futuro
Autore: Guido Crapanzano
Editore: Graphofeel
Collana: Intuizioni
Anno edizione: 2017
Pagine: 248 p., Brossura
EAN: 9788897381846

venerdì 10 novembre 2017

"Geco", il nuovo romanzo di Gualberto Alvino

DI FIORELLA SANTONCINI



     «Un tuffo nello ‘stile semplice’. Con qualche impennata». Così l’autore presenta il suo romanzo, quasi a voler apparire rassicurante, ma guai a lasciarsi illudere che semplicità in Alvino coincida con serenità. Senza alcun preambolo propedeutico, il lettore viene aggredito da un essere indefinito, ma certamente repellente, insieme alla protagonista, e scaraventato nel clima tragicamente travagliato della storia, incalzato, senza respiro, fino alla fine. Ma si è rapiti dal linguaggio: l’annunciata semplicità rende più accessibile e decifrabile il pensiero di Alvino, ed è incantevole scoprire come ogni parola sia essa stessa un concetto, un sassolino di una architettura estremamente complessa ma niente affatto equivoca, né irrisolta o, tantomeno, traballante. Sconcertante, questo sì, ma d’acchito, come quando si legge: «La logica è la guazza degli stolti, ricordi? Uno: spezzare le sinapsi; due: crearne di nuove; tre: la via della verità è un filo d’aria cui solo ai folli è dato aggrapparsi. Le più antiche, le più salde e luminose delle nostre idiozie, i fari di sempre»: perché a rifletterci si estrae il nocciolo: «la via della verità è un filo d’aria cui solo ai folli è dato aggrapparsi». Ed è questo uno dei fondamenti dell’edificio alviniano.
     Questo “stile semplice” è in realtà una continua invenzione, stupefacente per la capacità di raccontare il banale o l’assurdo con la stessa efficacia della tanto amata «parola verticale», cosicché alla “parola normale” viene conferita una nobiltà, una forza espressiva e una estrosa originalità, inaudite. Accompagnata dal ritmo. Che in Alvino non ha mai cedimenti, sia che scriva poesie o romanzi; quel ritmo che riecheggia la prosodia dei classici antichi, evoluto a nuovo stile, nuovo e addirittura contenente i germi del futuribile.
     Autofaga, autofaga e masochista è la protagonista di questo romanzo, guidata allo sbaraglio da turbe mentali che sfociano nelle psicosi più impensabili e divoratrici, come un’anoressia tanto ostinata da diventare persecutoria e da aggiungere visioni a quelle generate dalla mente in disfacimento (il cibo come «schegge di granito»), disfacimento che Alvino definisce con una felice espressione «emorragia del senso, riflusso della ragione».
     Confesso che, leggendo, annotavo sul mio taccuino le frasi più significative, più incantatrici, con l’intento di citarle. Ho desistito: ogni pagina me ne forniva una di più, e praticamente, proseguendo su quella strada, riscrivevo l’intero romanzo. È questa ricchezza di sensi, significati, simbolismi, una ininterrotta cuccagna di trofei filosofici, psicologici, antropologici, linguistici, che costituisce il fascino coinvolgente, ipnotico della scrittura di Alvino. Che rischia di prevaricare l’interesse del racconto. Ma vi si reimmerge rapidamente: sotto l’apparente caos dello svolgersi della vicenda, Alvino non perde mai il filo e non lo fa perdere al lettore. Che scopre affacciarsi alla scena, il critico mentre chiosa lo scrittore: «… anche la lingua che uso nell’annotarli è quanto di più alieno dai miei modi: stringatezza da codice a barre, armonie mai sentite, ritmi da fracassare le ossa; sembrano catene di singhiozzi, martelli pneumatici nel silicio» ed enuncia il potere o il limite della parola: «… si splende attraverso il linguaggio, si acquista peso, identità, misura»; oppure: «… la scrittura è impotente a scrollare il giogo, ma perché stende veli di muffa proprio quando sembra toglierli».
     Però la scrittura racconta egregiamente le stazioni attraverso le quali la protagonista trascina il proprio calvario. La paranoia che la induce a spiare tutto e tutti ossessivamente, per lei diventa uno «Spiare» che «dà vita alla vita», e il suo modo naturale di approcciarsi al mondo, attaccandosi dovunque e a chiunque come un geco, che in questo atto assorbe, succhia («Vampiro avreste dovuto chiamarmi, non Geco») l’essenza di ciò a cui si attacca, diventa la somma di tutto. (Noi, dunque, siamo il risultato dei nostri contatti).
     Belli i riferimenti alla natura dell’arte: «non devo far altro che pedinare un’idea nata chissà come e incarnarla in una forma il più possibile organica, compiuta»; «L’arte non può nuocere, neanche quando inneggia alla degenerazione, alla crudeltà, al nulla»; «Modellare una frase è scolpire il pensiero»; «L’arte non ammette falsità».
     Sconcertante è l’abilità di Alvino (probabilmente mutuata dalla sua esperienza di sceneggiatore cinematografico) di incuneare una scena nella successiva, come in una sequenza cinematografica, senza soluzione di continuità, e come in essa appaiano dal nulla figure che si soffermano, recitano la loro parte e cedono il posto ad altri, allo stesso modo in cui in un balletto si succedono sulla scena i componenti dell’insieme. Silenziosi, mimano il loro pensiero, raccontano la loro storia attraverso le azioni che compiono nel lasso di tempo della loro presenza, e spariscono, per ritornare talvolta e di nuovo sparire, allo stesso modo. Ecco, una rappresentazione coreutica, è questa la forma letteraria di Alvino. Alvino che rivela l’umiltà della sua natura quando, professorale, insegna: «Basta poco a far tornare la pace: non credersi il centro del mondo». E l’uso costante dell’indicativo presente sembra suggerire un’ipotesi di illusione: se tutto è solo presente, senza passato cioè senza storia, senza futuro cioè senza speranza, tutto è illusorio, come la “filosofia dei sogni” aveva già preconizzato. E allora si ritorna a quella frase incontrata all’inizio: «la via della verità è un filo d’aria cui solo ai folli è dato aggrapparsi», e ci si chiede se non sia questo il cardine, l’eterno tormento dell’uomo e dell’artista.
     Talmente ipnotica è la lettura che d’improvviso, come in un brusco risveglio, sembra di intravedere la ragione di tanto coinvolgimento: Alvino gioca. Gioca a soggiogare il lettore, a sbalordirlo, in una sfida che è lui a condurre fin dall’inizio. Il lettore, impercettibilmente ma vorticosamente, si lascia avvincere, condurre sempre più nel profondo finché la rete, tesa dal maestro prestigiatore, si chiude senza scampo. L’esame di idoneità, di tenacia, di fiducia cieca. Lo fa dire al suo personaggio, ma potrebbe essere lui, il Maestro, a chiedere: «Sei alla mia altezza»? La partita a poker, come metafora di questo gioco che ha come “piatto” la conoscenza. Forse tutto è un parto fantastico, una cavalcata della fantasia a briglia sciolta, un incrocio di sogni, appunti, schizzi della memoria, lampi di vita vissuta… un pretesto? Per sciorinare la bellezza della forma di quella lingua che è, di Alvino, la religione.
 




mercoledì 4 ottobre 2017

Poesie reloaded 2




Taci, Ermione. Taci
e apri l’ombrello,
piove merda, Ermione,
taci.
E trattieni il respiro.

*

Amami al freddo,
così mi scaldi i piedi,
e poi addio, addio.

*

La trebbia taglia i calli
e sopra sparge il sale,
poi sotto ad un canale,
annega ed urla il male.

*

Silvia, non ti ricordi?
Vita non più felice,
con gli occhi vacui ormai,
di demenza senile.

*

©francescorandazzo2017




lunedì 25 settembre 2017

Voci Visibili nel Granaio 42 poeti visivi per Dino Buzzati



Voci Visibili nel Granaio

42 poeti visivi per Dino Buzzati

Mostra di Poesia Visiva a cura di Alfonso Lentini
Coordinamento di Valentina Morassutti
Allestimento Blulinea Project Group

Granaio di Villa Buzzati San Pellegrino – Belluno
Inaugurazione: sabato 30 settembre ore 18.30
con interventi di
Paolo Albani
Carlo Marcello Conti
Alfonso Lentini

Buffet offerto dal ristorante Al Borgo

Dal 30 settembre al 15 ottobre 2017
Orari: sabato: ore 16.30 -19.00 domenica: ore 10.30 -12.30 e 16.30 -19.00
altri giorni solo su appuntamento +39 333 6486024
Ingresso libero

Festa happening di chiusura: domenica 15 ottobre dalle ore 17.00

Comunicato Stampa

Il 30 settembre 2017 alle ore 18.30 sarà inaugurata a Belluno nel Granaio di Villa Buzzati la mostra di Poesia Visiva “Voci Visibili nel Granaio, 42 poeti visivi per Dino Buzzati”, terzo evento della nuova edizione di “Giardino Buzzati” che quest’anno si intitola “Costruzioni mentali”.
All’inaugurazione, insieme ad Alfonso Lentini, curatore della mostra, interverranno due figure di spicco dell’area verbo-visuale, Paolo Albani e Carlo Marcello Conti.
Saranno esposte opere di Paolo Albani, Giovanni Anceschi, Fernando Andolcetti, Antonio Baglivo, Nerella Barazzuol, Calogero Barba, Claudio Benzoni, Rossana Bucci, Carlo Cané, Alberto Casiraghy, Cosimo Cimino, Carlo Marcello Conti, Serena Dal Borgo, Flavio Da Rold, Roberto De Biasi, Marcello Diotallevi, Cinzia Farina, Luc Fierens, Alessio Guano, Lia Franzia, Aurelio Fort, Jhon Gian (Gianantonio Pozzi), Michele Lambo, Alfonso Lentini, Giovanni Leto, Oronzo Liuzzi, Chen Li, Elena Marini, Ruggero Maggi, Enzo Minarelli, Valentina Morassutti, Annalisa Moschini, Giancarlo Pavanello, Lamberto Pignotti, Enzo Patti, Gian Paolo Roffi, Claudio Rossi, Giani Sartor, Domenico Scolaro, Franco Spena, Giovanni Trimeri, Giorgio Vazza.

Perché una mostra di Poesia Visiva nella casa natale di Dino Buzzati?
La Poesia Visiva, sviluppatasi come movimento nel contesto delle neo-avanguardie del secondo Novecento, intreccia immagini e parole in un unico flusso. Buzzati, pur non avendo aderito a questo movimento, ha sviluppato un simile percorso creativo avendo operato da sempre in bilico “fra penna e pennello” e avendo spesso creato forti contaminazioni fra il piano della scrittura e quello della visualità. Pertanto si può dire che la Poesia Visiva troverà nella sua casa natale un’accoglienza speciale.
«Una mostra di verbo-visualità negli spazi della sua casa natale – scrive infatti Alfonso Lentini nel catalogo della mostra – acquista un valore aggiunto: punta l’attenzione sul versante più “sperimentale” dell’opera buzzatiana e nel contempo offre agli autori partecipanti uno spazio (fisico e mentale) ricco di stimoli e atmosfere incomparabili». E così prosegue: «Gli artisti, fra i quali alcuni autori “storici” e di rilievo nell’ambito di questo movimento, sono stati invitati a produrre opere ispirate alle “costruzioni mentali” del grande Autore bellunese, al suo mondo poetico e alle più diverse suggestioni che Villa Buzzati può offrire. L’adesione è stata entusiastica e in poco tempo sono arrivate, a pioggia, opere ironiche, oniriche, patafisiche, drammatiche, liriche, surreali, irriverenti…», tutte da vedere e apprezzare nell’allestimento che sarà realizzato proprio nel Granaio della Villa, luogo così caro a Buzzati e ancora oggi così denso di mistero.
La mostra è a ingresso libero e si potrà visitare dal 30 settembre al 15 ottobre nei seguenti orari: sabato: ore 16.30 -19.00 domenica: ore 10.30 -12.30 e 16.30 -19.00. Altri giorni solo su appuntamento (+39 333 6486024).

Domenica 15 ottobre, festa happening di chiusura con il seguente programma:
  • ore 17.00:  Raffaele Perrotta presenta il libro “Afilosofia” di Martino Oberto  (“OM dello spensante, il gettar via la scala dopo esservi saliti…").
  • ore 18.30:  performance di Poesia Sonora di Enzo Minarelli : "Omaggio a Buzzati”. 
  • Brindisi finale con buffet. 

Catalogo: cofanetto contenente 42 cartoline e un testo di Alfonso Lentini, foto di Manrico Dall’Agnola, progetto grafico di Giorgio Collodet.
Associazione Culturale Villa Buzzati San Pellegrino – Il Granaio
Via Visome 18 - 32100 Belluno
tel e fax +39 0437 926414 mob. +39 3336486024
Facebook: Associazione Culturale Villa Buzzati





domenica 25 giugno 2017

Là comincia il Messico di Gualberto Alvino


Di Franca Vittoria Verardi

Un’autentica descente en abîme di dantesca memoria, in riferimento all’esperienza dello sdoppiato protagonista: percorso che si prospetta come antitetico a quello del nostro Alighieri, giacché, per quest’ultimo, l’iter si delinea come cammino di catarsi, che trova il proprio compimento nell’ineffabile visione del mistero Trinitario.
Mi auguro non appaia incongruo il fatto che io reputi una sorta di palingenesi (orrenda fin che si voglia, ovviamente) anche quella cui perviene il protagonista di Là comincia il Messico, il filologo dotato di scrupolosa acribìa, lo studioso ammirato e riverito, «sepolcro imbiancato» che cela, nel proprio intimo, un gravame di memorie, corpi di ricordi che esalano sensi di colpa, come miasmi di decomposizione sempre presenti al pensiero (quasi olfattiva, oltre che uditiva, l’ossessione). Non per nulla il capitolo finale del romanzo (ma rientra, il libro, nelle linee canoniche di tale genere letterario?) reca il titolo Resurrexit. Appunto. Approdo atroce, disumanante: eppure, è qui che si compie il salto che porta il protagonista a quel Messico sempre anelato con timore, paura, a quel territorio cui una storia di vita lo destinava, fin dalle primeve esperienze. Egli ha sempre agognato di oltrepassare quel confine, sciogliendosi definitivamente dal vincolo del perbenismo, dell’ipocrita finzione, liberando il proprio radicato impulso di prevaricazione e morte. Il protagonista, dico: ma, al contempo, deuteragonista, dal momento che, nelle pagine, si delineano due actores: l’uno, l’ascoltatore, muto; l’altro, la voce che, ossessivamente, senza conceder tregua, al pari del ronzio di un acufène, incita, elenca, accusa, suggerisce: talora insinuante e subdola, talaltra ironica e sprezzante, nonché mite e conciliante, per altri versi ancora. A mio avviso, uno dei tanti meriti del romanzo è proprio quello di aver mirabilmente delineato un protagonista in cui scorgo riflessi problematiche, angosce, senso del nulla, inanità, vuoto di autentici valori di riferimento, sia immanenti che trascendenti. Sabbie mobili nel cui gorgo affonda l’uomo contemporaneo. E la lingua che narra tale angosciante avventura umana, tale scavo nel “sottosuolo” di un essere? Sfarzosa, cólta, ricercata, squadernata in smagliante, variegata rete di significati: un caleidoscopio lessicale aperto a 360°. Assolutamente chapeau! Testo da ammirare, sostenere, diffondere e da consigliare caldamente a chiunque desideri respirare a pieni polmoni boccate d’aria vivificanti, lungi dall’inquinato ed inquinante clima in cui versa il panorama letterario nazionale.